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LA FILOSOFIA DEL CAMMELLO

LO SPETTACOLO:

Filosofia 850 x 567Un giovane turista è in viaggio nel deserto del Sahara, nella zona sud dell’Algeria.

A causa di un inconveniente accaduto all'autobus su cui viaggiava, si allontana dal gruppo e si ritrova da solo in mezzo al deserto.

Non si impaurisce e comincia a fare castelli di sabbia, a fantasticare e, con la mente, percorre strade immaginarie dentro quello strano ambiente tanto affascinante quanto misterioso, il bellissimo deserto del Sahara.

Conoscerà i viandanti del deserto, con loro mangerà pane azzimo e berrà latte di capra, conoscerà i cammelli, le volpi e tanti altri animali del deserto e inseguirà anche i miraggi. Incontrerà un piccolo cane di nome Asshan che diventerà il suo più fedele compagno, conoscerà Mohammed, un bambino del deserto, che gli racconterà storie incredibili e molto emozionanti. Con lui si siederà a sognare, con le stelle costruirà fantastici e onirici paesaggi, conoscerà la guerra e gli parrà di aver combattuto per davvero. Diventerà esso stesso parte del Sahara, gli sembrerà di essere diventato di sabbia e vecchio e cieco conoscerà la vera storia del popolo Saharawi che tanti e tanti anni fa, è stato costretto a fuggire dalla sua terra per vivere esule in un paese straniero.

 

IL TEMA:

“La filosofia del cammello” è uno spettacolo teatrale che il drammaturgo Aldo Sicurella ha ideato e scritto al suo rientro dal deserto Algerino dove è stato per una settimana nella doppia veste di podista e maestro di teatro partecipando ad una maratona di solidarietà con il popolo Saharawi e realizzando con un gruppo di bambini Saharawi un progetto di drammatizzazione. L’esperienza molto coinvolgente nei campi profughi immersi in un deserto arido e senza vita, è stato stimolo all’iniziativa di solidarietà e impulso alla creazione di un testo poetico ed emozionante.

Le vicende del protagonista, turista occidentale che si perde nel deserto, a volte narrate e a volte riviste come in un flashback, ci conducono in un mondo affascinante e contradditorio entro il quale le grandi forze della natura spesso violente e distruttive contrastano con la dolcezza, la felicità e la saggezza dei suoi abitanti.

La vulnerabilità dell’uomo diventa strumento per acquisire una filosofia di vita che porta a credere in un domani migliore ed in una futura libertà. Il recinto che racchiude musicisti ed attore su una sorta di duna, si apre verso la platea e avvicina lo spettatore in un emozionante contatto con “il deserto”.

 

LA MUSICA:

 

Presso ogni popolo della terra la musica è l'espressione della sua storia, dei suoi sentimenti, dei suoi sogni. Si canta e si suona per stare insieme, per svagarsi ma anche per raccontare una storia o per pregare. Nella musica del Saharawi possiamo riconoscere una componente araba ereditata dalla zona del Nord Africana e una più africana influenzata dalla zona Sud Sahariana. La prima è melismatica, riconoscibile attraverso le tante fioriture che la caratterizzano e il ripetersi incessante di una melodia, spesso con un tempo non esattamente definito, a volte accompagnata da un solo battito di mani o da qualche percussione. La seconda ha un carattere più leggero e più ritmico. Per rappresentare il connubio di queste due espressioni lo spettacolo sarà accompagnato da un'arpa celtica che ricorda le sonorità della kòra, l'arpa africana, e da alcune percussioni. Simbolicamente le percussioni, i tamburi, rappresentano la terra, evocano il cuore della terra che batte, la suggestione degli animali che camminano, il profumo della terra. L'arpa invece è l'aria, ha una dimensione più eterea, le sue sonorità gioiose esprimono l'emozione del popolo, la sua allegria, il suo desiderio di libertà.

 

LE INIZIATIVE:

 

Lo spettacolo è arricchito da una mostra fotografica itinerante frutto dell’esperienza diretta fatta nei campi profughi dove vive il popolo Saharawi.